Passa ai contenuti principali

I MIEI "Gufetti"



I miei "gufetti” non hanno alcuna pretesa editoriale, commerciale. Stampati a mie spese per mero diletto, vogliono essere una mini serie (personale) di piccoli libri (11×17), scritti con un taglio prevalentemente giornalistico e composti in modo artigianale, con l’obiettivo di recuperare, evidenziare notizie, testimonianze, documenti relativi a fatti e a personaggi insoliti, noti o dimenticati o volutamente ignorati.

… Di notte, escono dai loro nascondigli e fanno la spola fra le due rocche a caccia di prede prelibate.
Volano in solitario, raramente in coppia, nel cielo più basso. Dominano la tenebra con il loro verso contratto, insistente, minaccioso che terrorizza le vittime e ravviva la nostra notte insonne.
Per me il gufo non é portatore di sventura, ma un gradito visitatore notturno che mi rassicura. Quasi che fra noi e i gufi ci fosse un patto indissolubile
, vitale: noi ci saremo finché loro ci saranno. E dai gufi nascono i gufetti...

Link e contatti:   https://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Spataro    ARCHIVIO http://archiviospataro.blogspot.com/




PUBBLICATI:

1) "Borges, nella Sicilia del mito"
2) "Sciascia e Guttuso- Una bella amicizia polemicamente vissuta"
3) "Nemo poeta in patria- Il poeta ritrovato..."
4) "Pane duro come il muro- Claudio, fotocronaca di un viaggio"

N.B. Chi desidera ricevere l'anteprima di stampa in formato PDF può richiederla a: agostinospataro@alice.it

I primi 3 "Gufetti"stampati.

IL PRIMO GUFETTO


Il primo "gufetto" stampato. Copertina











L'articolo/recensione di Piero Melati sul "Il Venerdì" di "La Repubblica" .










Da Palermo a Palermo: il tour di Borges, funebre e buffo




Da Palermo  a Palermo: il tour di Borges, funebre e buffo




1984, Borges a Palermo (Ferdinando Scianna/Magnum/Contrasto) 
Lo scrittore era nato nel quartiere di Buenos Aires che si chiama come la città siciliana. Dove andò nell’84. Per un viaggio breve, ma denso di aneddoti
Invia per email
Stampa

PALERMO. Altro che musica della milonga, gioco del truco, antenati criollos, duelli al coltello tra compadritos. Quando nell’84 (a 85 anni, due prima di morire) Borges visita il capoluogo siciliano, alla ricerca delle radici, ritrova ben pochi dei suoi miti. L’unica cosa in comune con il quartiere che gli ha dato i natali, il barrio di Buenos Aires chiamato Palermo, è la tradizione della veglia funebre.

Borges, nella Palermo siciliana dell’epoca, è circondato dalle veglie funebri. Frequenti, innumerevoli. Se in città ci fosse stato mai «uno dei punti dello spazio universale che contiene tutti gli altri punti» (il cosiddetto Aleph del celeberrimo racconto borgesiano) questo avrebbe indubbiamente fatto il nido nel buco della canna di un Kalashnikov. Il primo esemplare di mitra sovietico sbarcato in Sicilia venne testato dai bravi della mafia nella primavera dell’81, contro i vetri blindati di una gioielleria del centro. Da allora, abbattendo nemici e uomini di Stato, l’Ak-47 è diventato il simbolo di una guerra che, grazie anche al sonno dei giusti, macinò un migliaio di omicidi, e altrettante pietose veglie mortuarie. Nei giorni di Borges l’incendio era al culmine. Tanto che nelle redazioni dei giornali ci si chiese: ma cosa viene a fare in mezzo alla mattanza? Borges ignorava tutto. Non parlerà di massacri (era stato appena accusato di non aver condannato quelli della dittatura argentina) ma incanterà declinando la «immarcescibile rosa». E tante mani pietose si daranno da fare per nascondergli le spine.

Il poeta cieco, però, possedeva un sesto senso. O un terzo occhio. Su certe cose ci azzeccava in pieno. Per esempio sulla natura gemella delle due Palermo, l’una argentina e quest’altra italiana. Agostino Spataro, siciliano, tre volte deputato comunista, presidente del Centro studi mediterranei, studia la «questione Borges» da quell’84, quando la visita dell’autore di Finzioni lo convertì per sempre. Innumerevoli volte è stato a Buenos Aires e spiega: «La Palermo argentina è un quartiere di oltre 900 ettari. Ovunque si legge e sente il nome di Palermo. Lo ritengono un marchio di raffinata esclusività. Non c’è altro luogo dove Palermo venga così orgogliosamente evocata. Quanto all’origine del nome, si supponeva discendesse dalla numerosa colonia di immigrati o dal santo negro Benito de Palermo. Sbagliato. I documenti dimostrano che il nome proviene da Juan Dominguez Palermo, nato in Sicilia nel 1560, che su queste sponde sposò Isabel Goméz de la Puerta y Saravia, discendente di un fondatore di Buenos Aires. Costui trasformò i terreni paludosi in frutteti e giardini, morì nel 1635, fu sepolto solennemente nella cattedrale e da quel momento le terre dove sorge il barrio di Borges furono chiamate Banados de Palermo o anche Vignas de la Punta de Palermo».

Originario di Palermo era, dunque, il «costruttore» del barrio nativo, che a sua volta per questo si chiamò Palermo. Da questo barrio, metafisicamente, Borges riteneva fosse stata fondata l’intera Buenos Aires. Da Palermo a Palermo: Borges nell’84 chiude il cerchio, lui che ha dedicato l’esistenza ai temi del doppio, dello specchio, del labirinto. Quando il 27 marzo si trova nel settecentesco palazzo di Villa Zito, antica dimora della casata della baronessa di Carini, parla della «fondazione mitica». Villa Zito è la prima tappa siciliana del gigantesco tour Borges on stage, come lo scrittore argentino Alan Pauls definisce la maratona planetaria di oralità e interviste che ha caratterizzato i decenni di cecità di Borges, quando leggere e scrivere gli era ormai precluso.

Lo scrittore deve ritirare il premio «La Rosa d’oro», creato per lui dalla casa editrice Novecento di Domitilla Alessi, la cui libreria di via Siracusa si appoggiava alle eleganti produzioni di Franco Maria Ricci, all’epoca editore del poeta. Borges ricorda ai palermitani l’infanzia nei vicoli, spartita con i figli degli immigrati siciliani. E cita Evaristo Carriego, con il quale condivide i natali nel barrio «absolutamente especial». Idealmente abbraccia la capitale di Sicilia. Quella, ricorda Alan Pauls, autore dell’indagine Il fattore Borges (Sur editore), della «tendenza a tacere presentata come una virtù», dei toni bassi della voce, della «esaltazione della malizia e della beffa che possono celarsi in una frase laconica».
Borges ritrova così una «patria ideale», imbandierata di pudore, che come lui vede nell’enfasi il grande nemico e nella retorica il falso, «il marchio inconfondibile dell’impostore». Forse non si sarebbe dispiaciuto per una vecchia cassetta registrata, uscita dal dimenticatoio dopo tanto tempo. E che rivela dettagli segreti del viaggio.

Nel 2010 Agostino Spataro insegue a Buenos Aires María Kodama, allieva e moglie. Vuole intervistarla. Tema: la Sicilia di Borges. C’è un solo modo per farlo, dice lei: in taxi verso l’aeroporto. Si vedono e Spataro accende il registratore. Lei chiede di spegnerlo, faranno prima due chiacchiere informali, poi in aeroporto si passerà all’intervista ufficiale. Spataro ripone il registratore. Si accorgerà dopo che è rimasto acceso. L’intervista ufficiale viene pubblicata nel 2010. E la chiacchiera ufficiosa? «Tre quarti d’ora rubati» dice Spataro «e mal registrati. Poi un amico di Buenos Aires mi dice: dammi la cassetta, vediamo cosa tiro fuori. Mi invia il recuperato nel febbraio scorso. Così ho deciso, per l’anniversario, di utilizzarla per un omaggio a Borges: un libretto a mie spese, diffuso online e su Amazon». Il titolo è Borges nella Sicilia del mito: un «dietro le quinte» non privo di malizie borgesiane, beffe da cena, commedie ed equivoci.

Il vate argentino sbarca a Palermo in una domenica di sole. Alloggia a Villa Igiea. Qui Ferdinando Scianna lo immortala mentre recita il primo canto del Purgatorio. Lo accompagnano María Kodama, Domenico Porzio (curatore dell’opera omnia), Ricci. Ad accudirlo, Domitilla Alessi e Umberto Di Cristina, l’architetto che ha progettato la libreria Novecento come l’avrebbe sognata Borges.

Non è la prima volta che il poeta è in Italia. A Milano ha conosciuto Montale e Sciascia, nel maggio del 1977 era a Roma, ospite di Ricci, che gli ha affidato l’unica collana da lui curata, la leggendaria Biblioteca di Babele. Nella città eterna sarà protagonista di una serata nella pellicceria Fendi di via Borgognona. Stavolta marcerà a tappe forzate: discorso a villa Zito, cerimonia nel Palazzo Steri dell’Inquisizione, incontro all’università, un giorno a Venezia alla Fondazione Cini, blitz a Bagheria, Selinunte, Agrigento. Tutto in sette giorni, prima di volare a Tokyo.

«Scendo le scale e scopro un posto meraviglioso, con tante sedie a sdraio» dice María Kodama a Spataro, rievocando quei giorni, «all’improvviso avverto un’ombra, apro gli occhi e vedo il viso di Ferdinando Scianna insanguinato. Gli dico: cosa ti è successo? Lui: ho sceso le scale, ero nascosto... Voleva scattarmi delle foto, non si era accorto che avevo aperto una porta, lui si era messo a correre e ci si è schiantato contro. Gli dico: giusta punizione per fare quel che non dovevi. Siamo diventati amici. Ferdinando è divino».

«Con Umberto Di Cristina è successa un’altra cosa divina. C’era un critico letterario divertente, un signore in età avanzata. Mi disse: ti mostrerò una cosa, ti regalerò una cosa che non dimenticherai mai. Mi condusse in un posto, aprì le porte e c’era la collezione di pellicce Fendi più incredibile del mondo, che stavano per essere esibite. Un baule meraviglioso. Ma questo signore di età avanzata era un po’ appiccicoso. Voleva parlare con Borges. Borges aveva pazienza, ma a volte la perdeva, soprattutto quando viaggiava perché si stancava. Allora disse: parlerò solo dieci minuti perché devo dormire, lei mi accompagna, parlerà lei. Io dissi: va bene. Così questo signore mi condusse in una camera dove c’è un sofà, mi prese la mano, mi tirò verso di lui... io mi dicevo: che faccio? Un uomo in età avanzata, capisci? Non si può essere maleducata. Io, tutta irrigidita, sorridevo mentre tentavo di svincolarmi, ma lui si avvicinava. Va bene che io parlo piano ma lui non era interessato alla mia voce, si avvicinava come il lupo, per meglio mangiarmi. In quel momento arrivò Domitilla, la mia salvezza. Ah maestro, gli dà un bacio e domanda: e Borges? Sta riposando, dico. Ah bene, fa lei, ora viene Umberto. Lui la fa sedere dall’altra parte del divano. Si creò una situazione imbarazzante, allucinante. All’improvviso arrivò Umberto. Lui è miope ma aveva perso gli occhiali. Indossava un cappello meraviglioso. Allora quel signore, con voce appena udibile, flebile, come morente, esclamò: che bel cappello! E Umberto urla: Domitilla, hai sentito? Miracolo! Il Maestro non è più cieco, vede! Domitilla lo rimbecca: ma che dici, non è il Maestro! Insomma, Umberto aveva scambiato quel signore per Borges. Al ristorante raccontiamo a Borges il divertente aneddoto. E Borges mi dice: ma sono talmente distrutto come quel signore, tanto da scambiarmi per lui? Ma no, dice Umberto, non avevo gli occhiali. Ah, bene, dice Borges. Ma quel signore era divino, mi ha fatto un regalo che non dimenticherò mai».

(27 maggio 2016)




SCARICA PDF

Buenos Aires, Agostino Spataro con Maria Kodama durante l'intervista.


Borges a Selinunte (1984)

Viaggio in Sicilia, 1984

Edizione Amazon

Borges con Maria Kodama






IL SECONDO GUFETTO







      SCARICA IL PDF (con il copia/incolla)

file:///C:/Users/Agostino/Downloads/SCIASCIA_Definitivo_4.pdf



da "UNA PREMESSA NECESSARIA" 

Guttuso e Sciascia sconoscevano il patto “segreto” tra Moro e Berlinguer
…Il fatto più interessante e concreto sono queste due lettere (e penso anche le tantissime ancora non cata­logate e ben conservate nei locali della Fondazione) che confermano cose già note e ne svelano di nuove, sorprendenti – direi – sia per i loro contenuti e per i toni piuttosto graffianti, sia per i temi affrontati, certo da non poco conto, quali “l’Affaire Moro” e il trava­gliato rapporto che Sciascia ebbe con il Pci allora di­retto da Enrico Berlinguer ossia dal leader comunista più “laico” (in senso ideologico) d’Occidente e d’Oriente.
Nelle lettere, Sciascia e Guttuso si accalorano intorno alla tragedia di Aldo Moro e al dramma del potere democristiano, inoltrandosi nei meccanismi psicolo­gici, nella lucida disperazione dell’illustre prigioniero, di quel Moro che s’illude, addirittura, di far da guida politica ai suoi carnefici. Tuttavia, almeno in queste missive, non viene colto il senso vero e l’ampia portata del ba­ratro che si era aperto sotto i piedi della democrazia italiana.
D’altra parte, a cinque mesi dell’assassinio di Moro. loro, come altri, non potevano sapere quel che c’era stato prima, durante e perfino dopo il sequestro.
Oggi sappiamo- per esempio – che, per un certo tem-po, Enrico Berlinguer, segretario del Pci, e Aldo Moro, autorevole presidente della DC, lavorarono,  riservatamente, per individuare una via d’uscita al pericoloso stallo della democrazia italiana verifica­tosi negli anni ’70, anche per effetto di oscure strate­gie interne ed esterne e dell’attacco micidiale dei ter­rorismi di opposte matrici ideologiche.
L’obiettivo era quello di favorire un clima politico nuovo ossia normale, democratico nel vero senso della parola e della lettera della nostra Costituzione, basato sul rispetto reciproco fra le forze politiche e mirato al re­cupero della moralità pubblica e al buongoverno, superando la discrimi­nazione anticomunista e avviando, finalmente, una mo­derna politica di alternanza al governo del Paese.
Un nuovo patto di valore costituzionale, un progetto ambizioso e pericoloso, una sorta di “rivoluzione” democratica, cui fu dato il nome di “compromesso storico”, che sarà intercettato e bloccato mediante la distruzione fisica di Aldo Moro da parte delle sedi­centi “Brigate rosse”.
Un vera tragedia per la famiglia e per l’Italia. Un fatto clamoroso, sconvolgente che meritava ben altra rea­zione da parte di coloro che, in quel frangente, regge­vano le sorti del governo e dello Stato. Ricordo che noi, membri del Parlamento, lo vivemmo frastornati e impotenti, tormentati da ansie e da interrogativi tre­mendi che nascevano dalla gravità del “caso” e anche da una sua “gestione” assai discutibile, ma non dis­cussa, apertamente, né in Parlamento né nel Paese.
A mio parere, fu questa la prima, grave, ingiustifica­bile anomalia verificatasi sul terreno politico: per libe­rare Aldo Moro si mobilitarono le piazze, le fabbri­che, le scuole, l’opinione pubblica, mentre il Parla­mento, il governo non agirono come avrebbero do­vuto.


La scandalosa gestione del sequestro Moro. Le ambiguità dei partiti.
Il Paese rispose con fermezza e solidarietà all’orrido attacco, mentre il ceto politico, gli organi istituzionali si rivelarono indecisi, divisi, impotenti durante quei lunghi e terribili 55 giorni. Tanto durò il calvario dell’on. Moro.
Un mese e mezzo, un periodo abbastanza lungo du­rante il quale non si trovò tempo e modo per inves­tire il Parlamento delle sue responsabilità e, tramite esso, informare, coinvolgere gli italiani, le opinioni pubbliche nazionale e internazionale.
La gestione della crisi fu verticalizzata al massimo e delegata a un ristretto e ambiguo “comitato di crisi” (quasi interamente composto da affiliati alla P2 di Li­cio Gelli), coadiuvato da “esperti” inviati dall’Amministrazione Usa.
E noi, 930 fra deputati e senatori della Repubblica, apprendevamo dai giornali qualche notizia, spesso una bufala come quella del lago della Duchessa o delle sedute spiritiche in quel di Bologna!
Chi, a livello politico, bazzicava quel “comitato” do­veva sapere chi fossero quegli illustri signori inchio­dati al tavolo delle decisioni (anche operative) insieme al ministro dell’interno Francesco Cossiga. E cosa stessero facendo.
Qualche dubbio insorse anche nel nostro ambiente. Circolavano tanti sospetti e congetture, ma nulla di specifico, di concreto.
Si brancolava nel buio. E dire che chi (per il Pci) se­guiva il caso avrebbe potuto chiedere lumi al “soc­corso rosso” dei vari servizi dell’Est europeo che, certamente, non si lasciarono sfuggire la “ghiotta preda” del sequestro Moro che – a seconda della sua conclusione – poteva influire sui delicati equilibri geo – strategici fra Nato e Patto di Varsavia sui “teatri” europeo e mediterraneo. Purtroppo, anche il Pci si accodò alla linea della “riservatezza“ e del rifiuto di ogni trattativa con i terroristi. 
Non restava che fidarsi dell’operato (a noi ignoto) del nostro “ministro dell’Interno”: sicuramente Pecchioli era al corrente di tutto, di nomi, fatti e dinamiche di quella bizzarra gestione. A quanto si saprà dopo, così non fu. Perché se fosse stato effettivamente partecipe di quella gestione ne sarebbe stata messa in dubbio la buonafede e si sarebbero aperti scenari davvero inquietanti e sconvolgenti. Anche nel partito. O lo fu? Il dubbio ci rode ancora. Poiché, dopo tanto tempo e nuove rivelazioni, le ombre non si sono diradate, anzi sembrano essersi infittite... 




AVVISO AI NAVIGANTI n. 2
Approssimandosi il 30° anniversario della morte di Leonardo Sciascia ho pensato di mettere a disposizione di chi lo desidera il file PDF del mio libretto (non commerciale) "SCIASCIA e GUTTUSO- Una bella amicizia polemicamente vissuta"-
A causa di alcuni problemi tecnici, per il momento, non posso inserirlo nel mio blog dei "Gufetti". Pertanto chi lo desidera può richiedermelo a questo indirizzo email: agostinospataro@alice.it
Provvederò a inviarlo.
Per avere un'idea del contenuto allego l'Indice.
INDICE
Una premessa necessaria pag. 1
Contiene:
Leonardo Sciascia sotto stress laudativo?;
Sciascia dovrebbe “lasciare” Racalmuto per una vacanza;
Il pessimismo di Sciascia razionale e presago;
Guttuso e Sciascia sconoscevano il patto “segreto” tra Moro
e Berlinguer;
La scandalosa gestione del sequestro Moro:
Le ambiguità dei partiti; Il dovere della verità vale per tutti.
Caro Leonardo… Caro Renato… pag. 13
Due lettere inedite tra Renato Guttuso e Leonardo Sciascia
Contiene:
Sciascia e Guttuso, una bella amicizia, polemicamente
vissuta;
Trascrizione della lettera (manoscritta) di Renato Guttuso a
Leonardo Sciascia;
Fotocopia della lettera di Sciascia a Guttuso;
Post Scriptum: commento ai passaggi salienti delle missive;
Fotocopia della lettera manoscritta di Guttuso a Sciascia;
Documentazione..
Leonardo Sciascia e il Pci pag. 52
Lo scrittore, la politica e lo strappo col Pci per rifiutare gli
inciuci/ Pagina di “La Repubblica”
Sciascia e i suoi rapporti col Pci: “Si è sbagliato da entrambe
le parti”
Professionismo antimafia. L‟amara rivincita di Leonardo
Sciascia
Il re del sale
Connessi pag. 87
“Io lo conoscevo bene”, di L. Sciascia
“Todo Modo. Una curiosa pellicola”, di F. Dazzani
“L‟eredità del compagno Guttuso”, di P. Ratti
“Quanti compagni al Tempio”, di A. Spataro
Bibliografia consultata pag.105
Cordiali saluti e buona lettura. (a.s.)


Note e recensioni

Una pregevole recensione del prof. Antonio Motta



L’affaire Moro due lettere inedite inedite di Guttuso e Sciascia 

di ANTONIO MOTTA *

Agostino Spataro ha pubblicato nel 2019 un raro (e singolare) libretto, Sciascia e Guttuso, che ha in copertina come marchietto editoriale una “civetta”, che fa subito pensare a Il giorno della civetta dello scrittore siciliano.
Singolare perché Spataro (deputato comunista quando regnava sul partito Enrico Berlinguer) non è uno studioso di Sciascia, ma si muove con equilibrio, con rispetto nel dipanare fili intricati di una stagione piena di scintille. Ho fatto fatica ad averlo, essendo l’edizione stampata in pochissimi esemplari, a cui si è aggiunta la difficoltà di averlo cercato, quando l’Italia era in sofferenza e chiusa a causa del morbo. 
Il libretto contiene due lettere inedite: di Renato Guttuso a Leonardo Sciascia del 20 ottobre 1978 e di Sciascia a Guttuso del 29 ottobre, finite tra le carte del fondo Paolo Bufalini presso la
Fondazione Gramsci di Roma. 
Tema delle due lettere L’affaire Moro, che esce da Sellerio in ottobre e contemporaneamente da Gallimard a Parigi nel 1978. La data di pubblicazione
è importante, perché Eugenio Scalfari (quando ancora il libro non era stato pubblicato) su « La Repubblica» scrive un velenoso j’accuse e non contento del primo, il 12 settembre firma un secondo articolo dal tono inquisitoriale: Adesso Sciascia conosce la verità. La verità, secondo Scalfari, era che le lettere di Moro non erano autentiche, ma scritte sulla base di “veline” che gli passavano le Brigate rosse.
Di qui l’esortazione di Scalfari a pentirsi, come nei processi dell’inquisizione: «Che infortunio, caro Sciascia, aver supposto e affermato il contrario. Che temerario atto d’orgoglio pretendere
di scrivere un’opera di verità disprezzando non soltanto il comune buon senso, ma i dati di fatto. E che peccato “mortale” attribuire, a chi affermava che il Moro delle lettere
non era lui, la colpa di averlo ucciso per la seconda volta. 
Aver preso per autentica quella voce e su questa base aver costruito un castello di supposizioni e di condanne, quella sì, è colpa grave. Onestà intellettuale vorrebbe che un grande
scrittore – conoscendo infine la verità – confessasse l’errore.
È chieder troppo a Leonardo Sciascia?». Il clamore suscitato dal pamphlet è enorme: casalinghe, operai, sindacalisti, professori, avvocati scrivono a Sciascia lettere di approvazione.
Il 22 ottobre su «L’Espresso» egli, rispondendo ai suoi detrattori, scrive: «Ad ogni lettera che apro mi sento confortato, rassicurato.
Vedo “un’altra Italia”: un paese libero, pensoso, ansioso di giustizia, intento a cogliere la verità sotto gli orpelli della menzogna».
La lettera del compagno Guttuso (a cui Sciascia era legato da un’amicizia storica) è di qualche giorno prima. Guttuso è d’accordo con lui sull’autenticità delle lettere, ma non assolve Moro : «Di questa dolorosa vicenda mi pare tu veda solo un aspetto (anche se molto importante: il potere che uccide Moro. Ma Moro è lui stesso il potere, lo è fino al momento del suo sequestro,
e cerca di continuare ad esserlo pur da prigioniero…». Il potere! Moro è il potere.
Per tutta la lettera: otto paginette fitte, scritte di getto, come se fuggisse da una verità scomoda, del dramma di Moro, del prigioniero Moro, della creatura che l’onda del male travolge, nulla
di tutto questo c’è nella lettera. 
Non un rigo sulle pagine di apertura dell’Affaire, con l’immagine delle lucciole e il ricordo di Pasolini, che per primo si era scagliato contro il potere democristiano, di cui Moro «era il meno implicato di tutti». 
La lettura di Guttuso del pamphlet è ideologica: Sciascia nella fretta di scrivere il libro salva Moro, ma il suo bersaglio è il P.C.I.:
«Tu sai il mio affetto per te, la mia stima illimitata, ma lo spirito critico, le insoddisfazioni, le delusioni, i dubbi, non possono occupare tutto lo spazio della tua libertà di giudizio e farti
trovare il male “sempre e dovunque” nei comunisti (nel P.C.I).
Debbo dirti che questo fatto è causa di un grande dolore… In conclusione, caro Leonardo, il nostro rapporto di amicizia assomiglia a quello che avevo con Vittorini… Ti ho difeso quando
ho creduto giusto farlo, e ho taciuto quando dissentivo da certe tue posizioni (il libro tuo su Moro, la tua necessità di scriverlo subito, si spiega e si collega con quel tuo intervento che
provocò la polemica con Amendola). 
Ma Vittorini dissentiva senza mai diventare un “anticomunista quotidiano”... Vittorini
però credeva alla mia lealtà di comunista… Con te ho, a volte, l’impressione… che tu sia amareggiato del fatto che io sono e resto, malgrado tutte le difficoltà, i problemi, ecc. un comunista».
La risposta di Sciascia è ferma nel rintuzzare le accuse dell’amico-inquisitore: «Voglio subito dirti che mi pare tu parta da un punto di vista “pregiudiziato” nel giudicare L’affaire Moro. Lo assumi come “politico”, mentre è un libro “religioso”. Tu dici – come Scalfari – che è una prosecuzione della polemica con Amendola; e invece io sono stato mosso a scriverlo dalla pietà per quell’uomo solo, abbandonato, tradito, relegato in un solo grido di paura, di viltà». 
Che cosa – chiede Sciascia a Guttuso – avrebbe dovuto fare un uomo di lettere, di pensiero,
se non difendere la verità? Domanda terribile che egli rivolge non a un qualsiasi Guttuso, ma a Renato Guttuso, al grande artista, al senatore della Repubblica , che ha ricevuto migliaia di voti dai compagni, dalla gente, dai giovani che avevano “speranza”. 
Il tradimento della speranza, l’irriconoscibilità del partito, la mancanza di coraggio della sua classe dirigente, l’esperienza a Palazzo delle Aquile, ritornano con dolore in questa lettera.
Il turbamento, la paura, lo smarrimento, che non sono solo suoi ma dell’Italia, di quell’Italia che forse non amava Moro, ma sentiva la sua morte come «un’offesa consumata contro
di loro», chiudono questa lettera. 
Si può immaginare quante volte Guttuso abbia rigirato questa lettera tra le mani (lui che conosceva bene la serena inquietudine del suo amico), perché dietro le parole di Sciascia in gioco c’erano valori più grandi di quelli enunciati:
« Io ho visto in esso [nel caso Moro] i segni oggettivi che giustificano la mia paura (e non soltanto mia, ripeto); e ad ogni giorno che passa, sempre più mi convinco di aver visto giusto.
Quel che leggo in questi giorni sui giornali, riguardo al cosiddetto dibattito in parlamento , mi atterrisce: mai il parlamento italiano è stato così esemplarmente negato alla verità, così negativo nei riguardi della verità, come in questo momento.
Nemmeno il 3 gennaio del 1925. E tu sei un membro del parlamento.
Ed ecco che vengo così al punto dei nostri rapporti. Mi dici di avere a volte l’impressione che io, nonostante la simpatia e l’affetto che ho per te, sia amareggiato dal fatto che tu continui ad essere comunista. Posso assicurarti di no. Tu sei comunista così come io non lo sono. Ho detto una volta, e mi è parso di renderti omaggio nel tuo essere comunista, che tu sei roso dalla certezza come io dal dubbio. 
Piuttosto, quel che mi amareggia di te è quel tuo non dare quel che la gente da te si aspetta: da te in quanto Renato Guttuso, da te anche in quanto comunista. Se, per esempio, tu ti levassi in parlamento a dire che è indegno trattare il popolo così come è stato trattato durante il caso Moro e fino ad oggi, che gli italiani sono stanchi di sentire menzogne, che tutti siamo ansiosi di verità e di giustizia, credi saresti meno comunista per questo? E saresti comunista per come senti essere. E saresti Renato Guttuso».

* Fondatore del Centro Documentazione "Leonardo Sciascia" di San Marco in Lamis, Foggia



IL TERZO "GUFETTO"

SCARICA IL PDF (con il copia/ incolla)

file:///C:/Users/Agostino/Downloads/FINALISSIMIO_Libro_azzaretto_DEF%20(1).pdf




















“NEMO POETA IN PATRIA.                                                                                                      Il clamoroso caso di Domenico Azzaretto: da Giancaxio agli States”


JPEG - 440.5 Kb
Panorama di Ioppolo Giancaxio agli inizi del '900
 Dall’introduzione di Agostino Spataro
1… Questo piccolo libro prende spunto dal rinvenimento di una bella poesia “La partenza dell’operaiu per l’America” di Domenico Azzaretto, a noi ignota, pubblicata nel 1908 dalla stamperia di Giuseppe Pennarelli di Fiorenzuola d’Arda, (Piacenza), recentemente segnalatami da . Francesco Giuffrida studioso di tradizioni e di canti popolari siciliani. Un lavoro davvero interessante che mette in luce il talento di questo poeta di Ioppolo Giancaxio, come tanti emigrato negli Usa nel 1906.                                                                                       Zi Minicu trasse da questa esperienza d’oltre Oceano ispirazione per comporre due poemetti che, fatto raro per quei tempi, mettono al centro il tema drammatico dell’emigrazione siciliana agli albori del secolo trascorso.                                                                                             Una poesia semplice, spontanea ma intensa che, per altro, s’intona con l’attuale fenomeno migratorio in uscita da Ioppolo, dall’Italia e immigratorio proveniente dall’Africa, dall’Asia e dall’America latina e orientato verso l’Italia, l’Europa e il nord – America.                                  Chi era Domenico Azzaretto?                                                                                                    I pochi concittadini che lo conobbero- da me intervistati- lo ricordano come u zi Minucu Azzarettu, poeta e suonatore ambulante. Usava la sua poesia, la sua musica per vivere. Anzi, per sopravvivere- direi- non avendo altri mezzi di sussistenza.                                           Oltre a questi rari e vaghi ricordi, mi piace richiamare il cenno biografico che ne traccia Mimmo Galletto nella piccola antologia “Voci della memoria- Poeti popolari ioppolesi” (*) che rende bene il suo profilo umano e professionale.                                                                       “Egli nacque a Ioppolo il 29 maggio 1864 e vi morì il 7 gennaio 1944. Professione ufficiale dagli atti dell’anagrafe: suonatore ambulante. Svolgeva anche la funzione di sagrista e il “mestiere” di poeta, nel senso che componeva versi su commissione e ne riceveva un compenso. La sua poesia è al servizio di tutti per lodare o per biasimare, infatti da “occasioni” e da “commissioni”, trae ispirazione. Con facilità, con leggerezza quasi e spesso felicemente…”                                                                                                                            A Ioppolo si conoscono soltanto alcune composizioni di Azzaretto pubblicate nella citata antologia. Nessuno sapeva, sa, dei due poemetti gemelli: “La partenza dell’operaio per l’America” e “La miseria dell’operaio in America”.   Una gradita sorpresa che- a mio parere- si configura come un piccolo caso letterario nel più vasto panorama della poesia popolare, vernacolare siciliana…
2… Questo libretto ha lo scopo di rendere giustizia e onore al merito di Domenico Azzaretto, di Giancasciu, autore di due poesie, intense e in controtendenza, composte agli esordi del ‘900 e pubblicate e divulgate, a sua e nostra insaputa, negli ultimi decenni e riprese, divulgate da studiosi di alto profilo, italiani e stranieri. Un rinvenimento postumo, clamoroso, figlio del caso, che, a 75 dalla morte, conferisce all’Autore una sorprendente celebrità letteraria in Italia e, addirittura, negli Stati Uniti d’America. Un poeta ritrovato, dunque! Come resuscitato a nuova vita!                            Può accadere che un uomo poverissimo appartenente al cosiddetto “populu vasciu” (basso), dileggiato per la sua povertà, possa diventare (purtroppo a sua insaputa) un riferimento letterario importante della cultura sociologica nazionale e internazionale?                                Come vedremo, ciò é accaduto a zi Minucu Azzarettu, poeta e suonatore ambulante, il quale non saprà mai (perché morto nel 1944) della “scoperta” fatta da Roberto Cavallaro, docente dell’Università “la Sapienza” di Roma, che nel 1982 pubblicò una dotta recensione di una sua poesia sulla rivista “Studi Emigrazione/ Etudes Migrations”, edita dal Centro Studi Emigrazione di Roma, che sarà ripresa da altri studiosi italiani e stranieri. Davvero una felice, clamorosa scoperta che rende merito alla memoria, al talento di Azzaretto.                                                                                              Confesso che, commosso, mi sono buttato in questo lavoro, anche per rendere giustizia, moralmente s’intende, a questo uomo che in questi scritti dimostra di possedere acume e sensibilità, purtroppo non sempre apprezzato per la sua creatività, talvolta mal reputato dalla nostra stessa comunità.                                                                                                              Io, che provengo dalla povertà ossia dallo stesso ceppo sociale del poeta, che sono nipote di Agostino Cultrera (coevo di Azzaretto) anch’egli povero e grande poeta dialettale, sono ben lieto di presentare al pubblico (spero anche ai più giovani) l’altra faccia del nostro concittadino che, al ritorno da New York, dove incontrò la drammatica realtà dell’emigrazione, compose le due poesie che fanno riflettere sul “sogno” americano.                                           Il nostro vuole essere una sorta di risarcimento morale verso questo poeta che- come detto- il caso ci ha fatto ritrovare sotto nuove spoglie…                                                                         Per l’opinione popolare Azzaretto non era un poeta autentico, come quelli illustri e celebrati nei libri di scuola o nei raduni politici, ma solo un poveraccio che chiedeva la questua.            Parafrasando un famoso detto latino, potremo dire: nemo poeta in patria. A Giancasciu, non lo fu nemmeno Azzaretto. Seppure la sua poesia era assai conosciuta in paese e- come vedremo- si farà strada in Italia e all’estero, divenendo un punto di riferimento culturale per tanti studiosi.                                                                                                  Immagino come sarebbe stato contento u zi Minicu nell’apprendere dell’interesse suscitato dai suoi componimenti presso eminenti ricercatori, docenti e sociologi di importanti istituzioni culturali e università italiane: dalla fondazione “Giovanni Agnelli “ di Torino alle Università italiane di Roma e di Palermo; dalla “State University di New York” alla “University of Central Florida”, alla “Tennessee State University” degli Usa.
3… Talvolta, il popolo, mal consigliato, scambia la povertà per una colpa e può diventare perfino spietato con i suoi figli più poveri. Quasi che la miseria fosse desiderata dalla sua vittima e non imposta dal potere dominante, locale o globale, come conseguenza del suo dominio… …Invece di aiuto, di conforto, al malcapitato viene riservato dileggio, indifferenza, sospetto.                                                                           Effetto questo di una legge terribile e crudele, ancora vigente, che non siamo riusciti ad abolire. Nel passato, tale “legge” era imposta dalla tracotanza dei baroni feudatari, oggi, nelle mutate condizioni economiche e dello spirito pubblico, dalla perfida genìa che comanda il mondo.                                                                                                                                     A quel tempo, la gente lavorava e viveva in condizioni di semischiavitù, malpagata e sfruttata fino all’osso, sempre sotto l’incombente minaccia delle più abiette angherie di aristocratici assenteisti e dei loro campieri e soprastanti che gli stavano col fiato sul collo.                          Zi Minicu, per liberarsi di questa sorta di maledizione, tentò- come tanti altri poveri ioppolesi - la via dell’emigrazione nelle Americhe che richiedevano manovalanza europea per sviluppare e popolare i vasti territori sottratti ai popoli indigeni con la violenza, talvolta con pratiche genocide.                                                                                                                                       Il nostro poeta restò negli Usa per poco; il tempo necessario per rendersi conto della realtà povera e violenta che caratterizzava la vita nei quartieri degli immigrati di New York e, al ritorno, volle avvertire, con i suoi versi, i tantissimi candidati in procinto di partire.                    Un’esperienza personale che però illumina di luce sincera, una realtà drammatica ben più ampia, di massa come fu l’emigrazione siciliana transoceanica, a cavallo dei due secoli (800-900)
4… Per averne un’idea, basta scorrere taluni dati relativi alle diverse fasi migratorie siciliane.* Nel cinquantennio 1876-1925, gli emigrati siciliani diretti verso Paesi transoceanici (Usa, Argentina, Brasile e altri) furono circa 1 milione e mezzo, corrispondenti a circa il 18% del totale dell’emigrazione italiana orientata verso le stesse aree.   
Emigranti sul ponte di terza classe di una nave diretta a New York - Inizi del XX ° secolo (foto da Google)
Il flusso migratorio siciliano si orientò, in misura crescente, verso gli Usa che nel cinquantennio 1876-1925 oscillerà fra il 74,2% del 1876 e il 91,2% del 1925. Con una crescita del 17%.                                                                                                                         Una vera e propria fuga di massa dalla Sicilia verso gli Usa e il Sud America che nel ventennio 1901-1919 si concentrò prevalentemente verso gli Usa per il 94% e solo per il 3,7% verso l’Argentina, per lo 0,5% verso il Brasile e per lo 0,9% verso i restanti Paesi dell’America.                                                                                                                            Nel periodo considerato (1876.1925) l’incidenza % dell’emigrazione siciliana sul totale Italia fu:                                                                                                                                            - - - del 4,3% nel periodo 1876-1900, di cui transoceanici 7,7%
- del 12,9% nel periodo 1901-1914, di cui transoceanici 20,8%
- del 12,2% nel periodo 1915-1918, di cui transoceanici 22,3%
- del 11,7% nel periodo 1919-1925, di cui transoceanici 20, 8%
- del 10.0% nel periodo 1876-1925, di cui transoceanici 17,0%
(* Francesco Brancato “L’emigrazione siciliana negli  Ultimi cento anni ” , Pellegrini Editori, Cosenza, 1995)
Anni duri, terribili che proseguirono anche nell’intervallo fra le due guerre mondiali, durante il periodo fascista, nei quali ci si poteva trasferire nelle colonie d’Africa e continuare a emigrare in America, sempre attratti dal “mito” del benessere che, per molti, si rivelò una realtà difficile e discriminatoria.                                                                                                             Ioppolo non si sottrasse a questo “destino”. Nel secondo dopoguerra, molti ioppolesi partirono anche perché sospinti dal fallimento della lotta per la riforma agraria, vanificata da certe leggerezze dei capi sindacali e, soprattutto, dalla minacciosa protervia dei suoi nemici. Il sogno della terra a chi la lavora sfumò miseramente e incentivò l’emigrazione ancora verso le Americhe: Canada, Stati Uniti, Venezuela, Argentina e, fatto nuovo, verso alcuni paesi europei: Belgio, Francia, Germania e Svizzera.                                                                                                                                      Una migrazione bi-direzionale di massa che assestò un colpo durissimo all’assetto demografico del paesino posto alle spalle di Akragante, svuotando campi e catoi e accelerando il suo declino socio-economico che continua ancora oggi.

Ioppolo G. via Roma- Anni '40 

.5… Il caso di Ioppolo Giancaxio è davvero emblematico della storia sociale e civile di tantissimi comuni dell’entroterra siciliano e meridionale. Per averne un’idea basta guardarsi intorno o consultare le statistiche più recenti secondo le quali Ioppolo, soprattutto a causa di un saldo demografico negativo e di un flusso migratorio in ripresa, rischia seriamente di perdere i requisiti fondanti di una comunità e, pertanto, di scomparire come entità amministrativa autonoma. Un pericolo evidente, anche fisicamente. Le case vuote, le vie deserte. ..                                                                                                                                    ... Il futuro di ogni persona si dovrebbe realizzare nel suo ecumene, nel luogo natio. Prima del diritto di emigrare, c’è (o dovrebbe esserci) un diritto umano fondamentale che è quello di “non dover emigrare”. Perciò, bisogna guardare in avanti non indietro come vorrebbero i vari Pino Aprile che ripropongono un improbabile Mezzogiorno borbonico e idilliaco (per chi? per quanti?) omettendo di descrivere le condizioni disumane nelle quali vivevano le popolazioni meridionali sotto quel reame.                     
Ioppolo G, processione di san Giuseppe davanti la casa di D. Azzaretto
                                                                                                                                                   
Il discorso sulle cause dell’emarginazione del Sud italiano sarebbe lungo e non è questa la sede per svolgerlo. Forse, una fra le più antiche, si potrebbe individuare proprio nell’alleanza subalterna del Borbone con gli interessi imperiali inglesi che blindarono la Sicilia per impedire la propagazione delle idee dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese e, soprattutto delle armate e delle riforme di Napoleone Bonaparte che cambiarono gli assetti del potere e delle società europee dell’ancien regime. Nell’Isola continuò a dominare la triade mortifera, oppressiva della nostra dignità e libertà: lo Stato monarchico, l’oscurantismo religioso, il feudo e la delinquenza al suo servizio.                                                                                Purtroppo, anche nelle mutate condizioni storiche post- unitarie, il popolo meridionale ha continuato a vivere in miseria, in semischiavitù. Una condizione inaccettabile da cui cercò una via di liberazione mediante l’emigrazione.  E così, a quasi 160 anni dall’Unità d’Italia, nonostante taluni innegabili progressi, il dramma migratorio continua ad angustiare le famiglie, i paesi del Meridione. E questa- a me sembra- la colpa più grave, ingiustificabile che portano i governanti unitari. Di ieri e di oggi.
Agostino Spataro
* (antologia pubblicata nel 1996 dal Comune di Ioppolo G.)





IL QUARTO GUFETTO


“Pane duro come il muro”
Claudio, fotocronaca di un viaggio.












Fra tanta povertà, l’amore di un bambino…


17 aprile 1987, alla Cresc di Bucarest

"Alle 8,00 precise giunge l’avvocato che ci porta, con la sua auto, alla Cresc. Siamo impazienti ed emozionati. Fra qualche minuto avremmo conosciuto Claudiu, per noi già Claudio.
Ci ricevono il direttore e due sue assistenti. I soliti convenevoli, presentazioni e sorrisi. Il tempo necessario a un’infermiera per an­dare a prendere il bambino e portarlo nella stanza del direttore.
Finalmente, eccolo il nostro Claudio. Il bambino piange a dirotto. Lacrime lucide gli scendono, a fiotti, sulle gote paffutelle.
Appare fortemente disturbato, come disperato per un male che lo perseguita, che non lo lascia in pace.
Jolikè lo prende in braccio, lo accarezza, ma il pianto non cessa. Per placarlo, l’infermiera consiglia di dargli dei biscotti.
Il primo lo divora in un attimo. Poi un altro, un altro ancora. Man­gia, anzi inghiotte, in continuazione i buoni biscotti all’uovo che abbiamo portato dall’Italia. E mentre mangia non piange.
Finito il biscotto riprende a piangere. È fame o qualcos’altro?
Nonostante la sofferenza, ci fa una buona impressione. Il “ragazzo” si presenta bene: paffutello (o gonfiato?), occhi grandi castani, ca­pelluto. Però, a due anni non si regge in piedi.
Ci mostriamo preoccupati per il pianto troppo frequente e di­sperato. Il direttore (che in questo frattempo mi aveva mostrato al­cuni suoi trattati di pediatria) ci rassicura: il bambino é sano e le sue condizioni generali sono buone.
Forse, il pianto é dovuto al disagio per la crescita dei dentini.
Prendo diverse foto con Claudio. Mi colpisce questa sua voglia di mangiare che soddisfa due sue necessità: la fame e il mal di denti.
Il bimbo si appropria subito dei giocattoli che gli abbiamo portato. Con tutta la forza che ha in corpo tira la cordicella dell’elefantino cinese (tipo carillon), scruta la palla come se fosse la sfera di un veggente, esamina attentamente il pulcino e l’ochetta di cioccolata. Sembra indeciso se giocarci o mangiarseli.
Jolikè consegna alle infermiere due borsoni di vestitini, scarpette, alimenti e vitamine per il bimbo.
Il direttore vuole che si rediga, in nostra presenza, un verbale di consegna che sottoscriviamo con l’infermiera capo.
“Secondo il regolamento”, proclama. Quasi a sottolineare la serietà della ditta.
In mezzo a tali ipocriti fervori burocratici, il povero Claudio conti­nua a divorare biscotti.
Jolikè continua a carezzarlo, a fargli moine, a dargli bacetti. Ma niente: solo i biscotti riescono a placarlo.
E io a … prendere foto. Altro non posso fare, visto che il resto della comitiva parlano fra loro in rumeno. Mi sento estraneo dentro quel mondo spoglio d’affetti e povero di cibo, di giocattoli e di me­dicine e di… libertà. E dire che quel mondo poteva essere lo spec­chio del nostro futuro, anche prossimo.
In realtà, quel mondo sta girando intorno a un bimbo piangente…
Siamo all’interno di una Cresc, un’istituzione importante in Roma­nia dove vengono raccolti i piccoli ospiti, molti dei quali saranno selezionati ed educati per diventare membri della potente e spie­tata “securitate”. Giovani senza famiglia che avranno per “padre” Nicolau Ceausescu, il “conducator”, il “genio dei Carpazi” e per “madre” Elena, la first lady. La coppia terribile che si è imposses­sata del potere assoluto e pretende dai suoi cittadini “sudditi” obbe­dienza debita e adulazione smisurata.
Osservo quella piccola folla di bambini infreddoliti, malvestiti e mi sento in colpa, senza averne personalmente. Mi pesa la colpa di questo “socialismo” burocratico, statalista, autoritario che tratta gli innocenti a questo modo. Se fosse stato possibile avrei voluto portarli tutti con me, a Ioppolo Giancaxio, da dove siamo venuti, come due compagni peregrini, a cercare, fra tanta povertà, l’amore di un bambino... "




Indice

Introduzione
L’amore famigliare                                                                pag. 3
Prima parte                                                                        pag. 7
Da Budapest, sul vecchio Orient-Express                                       
Fra tanta povertà, l’amore di un bambino                                       
Una dolorosa “spartenza”                                                               
Galleria di foto                                                                               
Seconda parte                                                                    pag. 31
Quel prete “pazzo” di Timisoara                                                     
Ioppolo - Bucarest: partiamo in due e torniamo in tre                     
Fondatore del partito liberale rumeno                                             
Il reportage di Claudia D’Angelo per Rai1                                      
Galleria di foto                                                                               
Terza parte                                                                         pag 67
Una giornata tipo di Claudio                                                           
Claudio scopre la…musica                                                             
Claudio bacia la casa                                                                      
1° Maggio a Montefamoso                                                              
La domanda: “È vero che ci avete adottati?”                                  
Il battesimo di Claudio                                                                    
Il primo Natale a Ioppolo                                                                
Galleria di foto                                                                               
Quarta parte                                                                      pag. 95
Pane duro come il muro                                                                  
A Budapest, a spasso con Claudio                                                  
La crisi che ho vissuto
La visita dell’amico pittore. I disegni di Claudio                             
L’altra famiglia                                                                               
Galleria di foto                                                                               
Appendice                                                                         pag.129
Nota riservata del 1983 alla segreteria del Pci sulla drammatica situazione della Romania di Ceausescu.
---------------------------------------------------------------------------------------------------
Introduzione

L’amore famigliare

La nostra bella famiglia, l’altro ieri……

1... È possibile creare una famiglia basata sulla solidarietà umana e non sui vincoli di sangue?
Una domanda complessa che richiede una o più risposte non facili a darsi, poiché dipendono da una serie di fattori personali, ambientali e da implicazioni morali e teoriche.
Probabilmente, la risposta può essere più agevole se si parte da un caso concreto. Per esempio, da un’adozione. Come le due che abbiamo fatto noi che ci consentono di rispondere affermativamente alla domanda, in base alla esperienza vissuta. Ovviamente, siamo consapevoli dell'esistenza di punti di vista differenti che, a volte, possono suscitare vivaci polemiche su cui riflettere.
Specie quando si tratta delle opinioni di certuni che diffidano della famiglia adottiva magari per trattenere negli istituti i bambini abban­donati.
Tema delicatissimo da affrontare con serietà, con senso di responsabilità e non - come avvenuto ultimamente in Italia - con pole-miche strumentali, partitiche e mediatiche, con l’obiettivo di trarne un utile elettorale e di audience.
Al netto di tali, inconfessabili interessi, resta la realtà, nuda e cruda, che evidenzia un dato preoccupante, morale e sociale: in un paese a basso indice di natalità qual è l’Italia c’è una un’infanzia “sfortunata”, proveniente da famiglie disagiate, che si preferisce chiudere negli isti­tuti invece di favorirne gli affidamenti, le adozioni, in aderenza al prin­cipio/guida del benessere del minore.
Uscendo dall’istituto il bambino/a entrerà in una famiglia, dove troverà migliori condizioni di vivibilità, di affettività, di umanità.

2... Ovviamente, si dovrà procedere con la necessaria prudenza e nel rispetto della legislazione vigente, verificando, caso per caso, se il be­nessere del minore può essere assicurato al meglio presso un istituto o presso una famiglia. Il confronto fra le due istituzioni diventa inevita­bile.
In ogni caso, una domanda è ineludibile: perché tante famiglie deside­rose di adottare un bambino sono indotte a rivolgersi all’estero quando negli istituti italiani sono ospitati tantissimi bambini abbandonati o sottratti (per legge) alle famiglie “inadempienti”, solitamente le più povere e/o emarginate della società?
A tal proposito, è necessario riflettere anche su certe tendenze che si fanno strada nella società del “benessere” a proposito di certe tipologie di adozioni, di uteri in affitto e quant’altro non contemplato nella legi­slazione vigente italiana. Sull’intera materia delle adozioni non c’è un’adeguata informazione e preparazione, mentre si fanno campagne mediatiche, petizioni, mobilitazioni popolari per dare una “famiglia” a un cane abbandonato o rinchiuso in un canile.
Magari con il lauto patrocinio di multinazionali e di distributori di pro­dotti per i cosiddetti “animali da compagnia”.
Nessuna campagna, invece, viene promossa per dare una famiglia ai bambini abbandonati e/o chiusi negli istituti.
Strano! In ciò c’è qualcosa che non quadra, che contrasta con l’autentico spirito umanitario che ispira ed informa la legislazione.

3... Comunque realizzata, oggi, la famiglia non è soltanto il luogo privilegiato degli affetti, dell’amore famigliare per l’appunto, ma è anche un rifugio per tanti figli e nipoti indifesi, inoccupati, un presidio di resistenza passiva agli attacchi delle politiche delle oligarchie neoli­beriste.
In questa fase drammatica, si è accresciuto il ruolo sociale della famiglia costretta a sobbarcarsi le conse­guenze della crisi e, in particolare, del progressivo smantellamento dello stato sociale.
Intorno all’uomo si sta facendo un deserto. Smarrito in un mare di cre­scenti disuguaglianze, sempre con meno diritti e senza più un’efficace difesa politica e sindacale, deve affrontare le difficoltà della vita. Solo, contro la perfida genia che comanda il mondo.
Senza più una forte sinistra di classe, con governi e parlamenti asserviti agli oligarchi o da essi direttamente gestiti, la famiglia è divenuta, suo malgrado. il luogo principale di protezione sociale e morale.
Infatti, sono i genitori, i nonni a far fronte alle difficoltà, ai drammi di figli e nipoti precari, senza casa e con pochissimi servizi e, soprattutto, senza un futuro certo, a breve e a medio termine.
Individui smarriti e disarmati, vittime di una guerra asimmetrica scate­nata da mostruose potenze impazzite che stanno portando l’umanità verso il baratro.
La liquidazione “scientifica” dei partiti di massa, delle associazioni democrati­che ha portato alla graduale demolizione del sistema di diritti sociali conquistati e ampliato la platea dei poveri, degli indigenti provocando una disuguaglianza inaccettabile, per favorire un club ristretto di supermiliardari.
Da tutto ciò discende la funzione vitale della famiglia senza la quale molti giovani (ma anche anziani) non saprebbero come sbarcare il lu­nario.
Fuori da ogni schema ideologico, la famiglia appare, oggi, come l’ultimo anello della catena della solidarietà umana cui, in quanto tale, si può attribuire una funzione “rivoluzionaria” in assenza di altri sog­getti sociali rivoluzionari.
Credo che anche Friedrich Engels comprenderebbe tale evoluzione del ruolo della famiglia che, in attesa della realizzazione di una società comunista matura, “va trattata e spiegata in base ai dati empirici esi­stenti…”- [1]
Un mutamento fattuale, quasi obbligato, contro cui, oggi, si accanisce, con tutti i mezzi e i modi possibili, la “perfida genia”, per fiaccarla, snaturarla, emarginarla, per farla sparire dal panorama delle relazioni umane.

4... Ma torniamo a Claudio che è il protagonista di questa nostra bella esperienza famigliare. Con Joliké [2], come del resto fecero tante altre coppie italiane ed europee, scegliemmo la via dell’adozione interna-zionale, perché quella nazionale si presentava piuttosto disagevole, per i motivi di cui sopra.
Chiariamo che il nostro desiderio di adottare un minore non fu dettato da sentimenti di magnanimità o di possesso, ma agimmo, da per­sone comuni, in aderenza ai nostri ideali di umanità e di dignità.
Prima arrivò Monica[3], oggi madre di due bellissimi bambini, Giuseppe e Lucia Migliara, che ci fanno sentire “nonni” felicissimi e appagati; a distanza di quasi un lustro, dopo una serie di sofferenze, sue e no­stre, venne ad allietare la nostra casa Claudio che riuscimmo a tirar fuori dall’inferno di Ceausescu.
Appena in tempo ossia nei giorni, drammatici, del crollo di quel re­gime dittatoriale, familistico che nulla aveva a che fare con le aspira­zioni alla libertà, al progresso dei lavoratori rumeni, con i nostri ideali.
Al nostro Claudio, diletto, dedichiamo questo ricordo. Sperando che la nostra, bella avventura umana, di unione, di amore famigliare aiuti a far riflettere chi di dovere, affinché siano “liberati” tutti i bambini trat­tenuti negli istituti.
Per dar loro un focolare domestico- come si diceva una volta- che sarà sempre più accogliente e più umano di qualsiasi fredda istituzione.
Corri ragazzo, corri… oltre gli orizzonti conosciuti.

                                                                       Mamma e Papà


Ioppolo Giancaxio, febbraio, 2020.







[1] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”- Editori Riuniti, 1972
[2] Joliké alias Ilona Laky, co-autrice, di fatto, di questo lavoro e, soprattutto, madre dei due nostri figli.
[3] vedi: https://libro.cafe/libro/41713/monica-storia-di-un-infanzia-ritrovata/



NB. Il Pdf sarà disponibile quanto prima. 
























































































Commenti

  1. Al più presto vedrò d'inserire i PDF di questo e di altri "gufetti" stampati. Auguro buona lettura.Se qualcuno lo ritiene mi può inviare un parere. Cordialmente. Agostino Spataro

    RispondiElimina

Posta un commento